IN SALA – L’imperdibile ‘L’ANGELO DEL CRIMINE’ di Luis Ortega

29 Maggio 2019

Il mondo è dei ladri e degli artisti“. È una frase che sentiamo dire a Carlitos, il protagonista dell’imperdibile L’ANGELO DEL CRIMINE (EL ANGEL in originale), il film di Luis Ortega prodotto da Pedro Almodóvar, in uscita il 30 maggio. Riccioli d’oro, labbra carnose, volto pulito, Carlitos è un ladro non troppo gentiluomo che nella Buenos Aires del 1971 entra nelle case delle persone e inizia a rubare: prima lo fa un po’ per gioco, poi sempre più assiduamente. Ad impersonarlo uno splendido Lorenzo Ferro. Nel ricco cast anche Chino Darín, Mercedes Morán, Daniel Fanego, Luis Gnecco e Cecilia Roth.

Buenos Aires, 1971. Carlitos è un diciassettenne che si contraddistingue per la sua spavalderia da star del cinema, i riccioli biondi e il volto da bambino. Da ragazzo agognava le cose degli altri, ma soltanto durante l’adolescenza si manifesta in lui la vocazione al ladrocinio. Quando nella sua nuova scuola incontra Ramón, Carlitos si sente immediatamente attratto da quest’ultimo e inizia a mettersi in mostra per attirare la sua attenzione. Assieme intraprenderanno un viaggio di scoperta, fatto di amore e di crimine. L’omicidio è solo una conseguenza casuale della violenza, che continua ad aumentare fino a quando Carlitos non viene finalmente arrestato. Per via del suo aspetto angelico, la stampa lo soprannomina “L’Angelo della Morte”. Ricoperto di attenzioni per via della sua bellezza, diventa una celebrità dal giorno alla notte. Si ritiene che complessivamente abbia commesso oltre quaranta furti e undici omicidi.

Angelo del crimine

Per questo film Luis Ortega si è  ispirato alla storia di Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, un ladro che, tra il 1971 e il 1972, uccise undici persone sparando loro alla schiena oppure mentre dormivano. Sembra che per lui la morte fosse un’astrazione. I crimini di Robledo avvennero durante un periodo di positivismo influenzato dalle teorie lombrosiane, che sostenevano che la bruttezza fisica fosse un movente per commettere crimini (criminali nati con occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino, fronte spaziosa, denti storti). Robledo non avrebbe potuto essere più diverso. La sua classe sociale, la sua solida famiglia nucleare e il suo pacato contegno si rivelarono un eccellente travestimento per commettere reati, ma ciò che più confuse l’opinione pubblica fu proprio la sua bellezza fisica. Da questa miscela affascinante, Ortega ha costruito un “Carlitos” immaginario che si discosta considerevolmente dal “mostro Robledo”. Facciamo la conoscenza di un personaggio le cui azioni sono misteriose anche per se stesso. La stampa lo chiamò “lo sciacallo” o “il mostro con la faccia da bambino”. A quel tempo, il suo viso era angelico, aveva riccioli biondi e una bellezza magnetica: un agente di polizia disse che era come una versione al maschile di Marilyn Monroe. Oggi, dopo oltre quarantacinque anni di carcere, Carlos Robledo Puch è il prigioniero più longevo nella storia dell’Argentina.

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L’ANGELO SECONDO LUIS ORTEGA

IL BISOGNO

Fin dalla tenera età  sono stato inspiegabilmente attratto dalla criminalità. Molti personaggi dei film alimentavano quell’attrazione, che inizialmente era visiva, ma si è poi evoluta in un bisogno fisico di adrenalina, qualcosa a cui potessi fare riferimento. Una volta adolescente e per le strade, l’iper-realtà della violenza era troppo pazza per me. Così, quando ho deciso di raccontare la storia di un giovane ladro diventato assassino, ho pensato che non dovesse essere un film ripugnante, bensì piuttosto qualcosa di bello, un regalo per il pubblico.

Angelo del crimine

IL CRIMINE COME DIRITTO NATURALE

Quando cresci, tutto ti viene imposto, perciò  il crimine può sopraggiungere come un diritto naturale, un’estensione della tua sete di libertà. Non sempre ha a che fare con il male, bensì con il sentirsi vivi. E il modo più veloce per sentirsi vivi è quello di entrare nella linea di fuoco. Un bambino potrebbe agire in un certo modo per via di cose che sono evidenti per lui, come la ferma convinzione che Dio stia osservando da vicino, o che il mondo sia qualcosa di apocrifo che necessita di essere violato.

Angelo del crimine

NEANCHE LA È MORTE E REALE

Carlitos si comporta come una star del cinema. Pensa di essere davanti alla macchina da presa. Vuole attirare l’attenzione di Dio, fare impressione su di lui. Sente che tutto è inscenato, che nemmeno la morte è  reale. Cammina come immagina che farebbe una leggenda vivente, ruba come un ballerino e disdegna la natura a causa del forte sospetto che il destino sia una trappola.

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SPIA DI DIO

È molto stuzzicante seguire un personaggio che crede di essere una spia che lavora per Dio. È affascinante osservare ciò che fa, in quanto lo fa per un potere più alto. Egli punta ad impressionare un target di un certo livello. Sta aspettando Godot con una pistola. Porta tutto al limite, nel qual caso in cui, in fin dei conti, possa essere tutto un film.

Angelo del crimine

FINTO PSICOPATICO

Carlitos ritiene che la natura sia una macchina spietata, quindi se ne tiene distante. La vede come un artefatto minaccioso. Ecco perché decide di non reagire come sarebbe prevedibile: dubita della legittimità di qualunque cosa possa produrre un’emozione (la morte di un essere umano, per esempio). Rifiuta deliberatamente le emozioni automatiche, come se ogni reazione prevedibile fosse qualcosa di cui ci possa liberare. Questo lo induce a comportarsi come uno psicopatico senza però essere uno psicopatico.

Angelo del crimine

IDENTITÀ

Commettere un crimine ti dice velocemente chi sei. In un mondo in cui quasi nessuno sa chi è, il crimine ti dà un’identità, ti rende qualcuno. Ecco perché è così allettante per le anime perdute.

Angelo del crimine

Il regista del film, Luis Ortega è nato a Buenos Aires nel 1980. Nel 1999, all’eta di diciannove anni, ha diretto il suo primo lungometraggio, Caja Negra, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali e lo ha lanciato come uno dei registi più promettenti e innovativi dell’Argentina. Da allora, ha sviluppato una filmografia con una forte riconoscibilità, diventando una delle voci più audaci e attraenti della scena indipendente latinoamericana, tra cui Monobloc, Dromómanos e Lulù. Nel 2015 ha scritto e diretto Historia De Un Clan, una serie di undici episodi molto popolare e apprezzata dalla critica. Nel 2016 ha anche diretto i primi due episodi della fortunata serie El Marginal.

 

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