IN SALA – ‘Tully’ di Jason Reitman

3 luglio 2018

La maternità come cataclisma psicofisico che travolge, deforma, devasta e destabilizza ben prima del momento fatidico del travaglio. Raramente un’attrice era riuscita, come qui la Theron, a rendere con tale realismo e determinazione tale evento cruciale per lo sviluppo della specie. Riuscito, recidivo, calibrato lavoro di squadra Reitman-Cody-Theron.

 

Essere madre, fabbricare, per dono o dovere superiore, corpi che un giorno saranno indipendenti, ma che per il momento necessitano di essere accuditi, allevati, nutriti con quello stesso corpo, mutato e reso fin irriconoscibile, dal processo del concepimento, deformato per lo scopo.

Marlo ha già due bambini piccoli, di cui uno con evidenti problemi caratteriali e di gestione dell’ego. L’arrivo, tutt’altro che premeditato o desiderato, di un terzo elemento, getta nello sconforto la donna, fino a poco tempo prima splendida quarantenne, ora un gigante tutto pancia, che barcolla nel suo incedere stanco e goffo, sempre affannata ed in corsa a cercare di stare nei tempi.

Quando il fratello della donna, compresa la tensione e lo stress che caratterizzano la sua quotidianità di madre e chioccia, le propone di affiancarle una tata, Marlo nicchia, si schermisce, ma non dice mai veramente di no, sapendo di non poter contare granché sull’aiuto di un consorte, certo amorevole ed affettuoso, ma anche un po’ immaturo e di scarsa concretezza, sempre preso a perdere tempo con la Playstation.

 

 

L’aiuto alla fine arriva: è Tully, una splendida 26enne, sorta di moderna Mary Poppins che dispensa saggezza, onestà ed efficacia di intenti, oltre che apparire davvero come una ragazza avvenente, pressoché perfetta, nel corpo e nello spirito. La interpreta la Mackenzie Davis di Blade Runner 2049.

Tra le due donne, in perenne complice, inevitabile, ma pure ironico confronto tra due età e stati fisici diametralmente opposti, nasce quasi subito un sodalizio magico, fatto di praticità e concretezza di azioni, in grado di mettere in condizione la pluri-mamma di non tornare ad accusare forme destabilizzanti di crisi post-parto come avvenne durante il suo primo, sofferto evento.

Tully offre l’occasione a due talenti come Jason Reitman e Diablo Cody, regista e sceneggiatrice entrambi di fama, di amalgamare ognuno le proprie doti per dar vita, dopo Juno e Young Adult, ad una terza, riuscita collaborazione:  una commedia matura, schietta, che sa toccare la sintesi del dilemma, restando coi piedi per terra, aggrappata alla concretezza dell’urgenza di fondo e scevra da carinerie e ruffianate di ogni sorta, per concentrarsi sui dilemmi dell’essere donna, responsabilizzata a forza da un evento che comunque la devasta, la trasforma, la rende una ‘macchina produttiva’ senza controllo.

E difficilmente al cinema una attrice era riuscita a rendere così bene i tratti peculiari di uno stato in perenne mutamento, ‘work in progress’ come sono i travagliati mesi del concepimento.

 

 

Ma è in particolare nel confronto generazionale, fisico, psicologico tra due donne inesorabilmente differenti, che il film vince la sua sfida, regalando ad una giunonica Charlize Theron un’altra occasione per prodursi in una prova superlativa, in cui la splendida star si trasforma nuovamente, devastandosi, ingrassando di oltre 20 kg per dar vita ad una donna vera e credibile nel momento naturale ove il corpo si impegna a gestire – e a sopravvivere e far fronte – alla sua terza gravidanza: evento che, nel caso specifico, la consuma, quasi la vampirizza, ma che la donna accetta con la fierezza naturale di una combattente navigata e risoluta.

 

 

La complicità con la nuova Mary Poppins piovuta da chissà dove, si celebra anche al ritmo di molti strepitosi successi di un’altra grande (ma questa volta piccola di statura) donna: Cindy Lauper, e l’effetto magico delle hit anni ’80 della star (Girls just want to have fun, Time after time, All through the night, She bop, When you were mine, True colors…. che meravigliosi inni rock-pop alla donna indipendente degli ’80!!!) ne risulta amplificato, galvanizzato ed esaltato con arguta pertinenza.

Un film solo troppo esageratamente sbilanciato sulla figura di Marlo, che finisce per fagocitare letteralmente quello di Tully, gratificata dal titolo a suo favore ma sopraffatta dalla prestanza leonina della insuperabile Theron, la migliore attrice quando si tratta di giocare a trasformare e modellare la propria, quasi incomparabile, bellezza.

Alan Smithee

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