IN SALA – ‘DEI’, la bellezza secondo Cosimo Terlizzi

 

27 maggio 2018

 

Dei è l’affascinante opera prima di Cosimo Terlizzi attualmente nelle nostre sale con Europictures.

Il film è realizzato dalla Buena Onda di Riccardo Scamarcio, Valeria Golino e Viola Prestieri (col sostegno del MiBACT, della Regione Lazio e di Apulia Film Commission) e prosegue una collaborazione tra l’autore e i produttori iniziata con il documentario L’uomo doppio (2012), Terlizzi, nato nel ’73 a Bitonto, è artista globale che usa tutti i media, dalla fotografia alla videoarte alla perfomance. Nel suo percorso ha realizzato cortometraggi e documentari, opere presentate in festival internazionali importanti, da Rotterdam alla Biennale Danza di Venezia. Con Dei si cimenta infine nel lungometraggio narrativo seppure innestato di suggestioni visive e musicali che lo apparentano più alla videoarte che al cinema italiano corrente (ma non mancano rimandi – per quanto involontari – a Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, come il richiamo alla mitologia e il tema della scoperta della sessualità).

17 anni, l’età delle scelte di petto, magari avventate, ma spesso orgogliose e controcorrente; il momento dei dubbi, della scoperta di nuove sensazioni, fisiche e mentali, del senso di avventura che talvolta spinge a protrarsi verso l’incognito, dando a chi la intraprende quella spinta necessaria a permettergli di uscire dal guscio.

Martino frequenta ancora le superiori, ma tanta è la voglia di lasciare la vincolante – seppur in fondo amata – campagna pugliese delle proprie origini per vivere finalmente la vita ammaliante di città a Bari, da volersi iscrivere ad un corso pre-universitario che gli faccia conoscere quell’ambiente nuovo, frizzante, incognito e per questo assai agognato, verso cui dirigere la propria futura attenzione.

A casa del resto lo aspetta solo una madre-chioccia sin troppo comprensiva, quasi castrante, ed un padre burbero, un po’ barbone, un po’ sognatore, che vive di espedienti raccattando vecchi elettrodomestici e frequentando abitualmente e con disincantata indolenza la puttana della contrada, spiata dall’interno della sua roulotte scassata dallo sguardo curioso e libidinoso dello stesso figlio, incredulo ed eccitato (interpreta molto bene il ruolo del capofamiglia, l’attore Fausto Morciano, che costruisce un personaggio-chiave complesso, pieno di contraddizioni e chiaroscuri) .

Sulle spalle esili, ancora gracili ed inesperte del ragazzo, la decisione prematura, ma evidentemente impellente, di lasciare una volta per tutte l’amato-odiato territorio natio, aspro e ingrato, ma anche forte grazie alle sue sensazioni a pelle che la magia di una regione dalla vegetazione millenaria e la morfologia increspata di valli rocciose di un nostrano simil-Far West ricreano nella mente di Martino, sotto forma di desiderio difficile da allontanare, per dirigersi verso la magia infatuante della città, con la sua seducente modernità che trasforma magicamente in comodità ogni apparente ostacolo ed incognita o difficoltà.

Un giorno, fuori dal campus, un incontro fortuito con una attraente ragazza più grande, apre una nuova strada a Martino, con la possibilità di divenire poco dopo la mascotte di un gruppo musicale di giovani di differenti provenienze: personaggi stravaganti, apparentemente liberi, belli, slegati da vincoli o convenzioni privative e castranti che nel mondo dell’entroterra natio parrebbero impensabili e scandalose solo a concepirsi.

Con essi il ragazzo sperimenta nuove sensazioni, anche tattili ed ammiccanti ad una iniziazione sessuale che si concretizza nel contatto fisico di gruppo, vitale e rassicurante, ed impara a conoscere nuovi orizzonti e a condividere sensazioni ed esperienze fino a poco prima nemmeno immaginate, sullo sfondo di panorami cittadini spesso notturni che fanno da sfondo coerente e suggestivo alle nuove emozioni che la sua mente vorace riesce a elaborare.

La vendita dell’ulivo centenario che troneggia davanti alla casa di famiglia, tra un ammasso arrugginito di lavatrici, sancirà il doloroso percorso di scelta del ragazzo: una svolta che, nonostante i rimpianti, sarà univoca ed irreversibile, verso una nuova vita, probabilmente non priva di rimpianti.

Dei conduce lo spettatore all’interno di un viaggio iniziatico e generazionale all’interno del quale, più che le parole, sono gli sguardi e gli atteggiamenti complici, a fare la differenza: la potenza di questi sguardi (splendido quello del protagonista Martino, interpretato con disincantata naturalezza ed innato pudore dall’esordiente fantastico Luigi Catani, splendido nella sua espressione più imbarazzata e dolce, pressoché ricorrente, ove la cicatrice che rende epico chissà quale incidente giovanile realmente occorso, riesce a renderlo ancora più espressivo, affascinante e genuino), la confusione ed il rimestio di sensazioni che si danno battaglia nel corpo di individui poco più che adolescenti, la solennità senza facili concessioni di una natura esteticamente a tratti sin bucolica, solo apparentemente ingrata ed ostile, perennemente vittima della sconsideratezza e dell’avidità umana, rendono l’interessante, potente ed evocativa opera prima di Cosimo Terlizzi: un esordio inconsueto e notevole, affascinante. Azzeccati pure quasi tutti gli altri interpreti, specie tra i giovani, tra i quali riconosciamo il fresco Andrea Arcangeli.

Una sorpresa estiva, questo Dei, che merita di essere beneficiata dal passaparola di quegli spettatori accorti che, magari guidati da un lungimirante sesto senso, hanno saputo preferirlo a tanta, troppa invadente mediocrità ben più visivamente abbagliante, messa in prepotente evidenza lungo questo caldo, ed ulteriormente fiacco fine stagione cinematografico, inesorabilmente languente, salvo eccezioni come in questo caso, di primizie o colpi d’ala degni di nota.

Alan Smithee

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L’Autore ha gentilmente rispondo alle nostre sconfinferevoli domande:

  • Ci piacerebbe avere un suo breve commento sul concetto di bellezza del quale la sua opera si fa portatrice e su come questo si leghi a quelli di natura, giovinezza ed all’affascinante fluidità sessuale dei suoi protagonisti.

CT – Abbiamo in noi innato quel senso che ci fa riconoscere la bellezza. Ne siamo immediatamente folgorati. Notiamo la superficie, le curve, il colore, il profumo. Ne ascoltiamo il suono. È una trappola. Come in natura i fiori fanno di tutto per attirare l’ape. Assumono la forma del sesso. A volte sembra sia un altro corpo. Così come il pavone mostra la sua sofisticata e incredibile acconciatura. Si è storditi e attratti dalla bellezza. È come il movimento dell’ipnosi. Squarcia in noi una porta che siamo tentati di oltrepassare. Fantastichiamo. Ci accorgiamo della sensualità insita nella bellezza. La bellezza soffice di un animale. La crudeltà della bellezza. Volatile, sfugge da un corpo ad un altro. Diventa un’arma per attirare la preda da amare o di cui cibarsi. La bellezza pansessuale nei protagonisti del mio film, dove la giovinezza sperimenta il corpo e i sensi.

  • Come ha scelto il cast e quali sono i suoi reali riferimenti cinematografici (la stampa gliene ha già attribuiti tanti.. Guadagnino, Kechiche).

CT – Il cast l’ho scelto come se stessi cercando i miei amici. Li ho riconosciuti tra la folla. Riguardo ai riferimenti cinematografici non ho avuto un film in particolare in testa. Ho pensato al grande Cinema. Avevo solo delle atmosfere che volevo sentire nel mio film, per esempio Coppola, nei sentimenti d’amicizia, Pasolini, nel rapporto con la terra, Truffaut o Bresson nei dialoghi… Ma la mia visione nella totalità è invasa spero della mia poetica.

MV

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