IN SALA – Mektoub, My Love: Canto Uno (2017), il capolavoro di Abdellatif Kechiche

Lo24 maggio 2018

Esce oggi, finalmente, anche nelle nostre sale il vero capolavoro della scorsa edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia: Mektoub, My Love: Canto Uno (2017) del grande Autore franco tunisino Abdellatif Kechiche (La vita di Adele, 2013).

Nel film l’impressionismo filmico di Kechiche riesce nell’impresa di  
rubare – nel tempo – la luce della vita.

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Incipit con citazione sacra, “Dio è la luce del mondo” e sprazzi di Mozart (Ave Verum Corpus) e Bach (Cantate), per un’opera ambientata in un paesino di pescatori nel Sud della Francia nell’agosto del 1994. Protagonista Amin (il bellissimo Shaïn Boumedine), aspirante sceneggiatore e fotografo che vive a Parigi, in vacanza nella sua città natale. È l’occasione, per questo timido artista, di ritrovare famiglia e amici. E’ il momento di incontrate il ‘dionisiaco’ cugino Tony (Salim Kechiouche), tombeur des femmes senza remore, e la sua migliore e bellissima amica Ophélie (Ophélie Bau), di cui è chiaramente innamorato. “E’ un inno alla vita, al corpo, al nutrimento quest film” ha spiegato Kechiche sul senso di questo lavoro diviso in tre parti (la seconda delle quali sarà, con tutta probabilità, presentata sempre a Venezia quest’anno). E ancora il regista: “Mektoub significa destino in arabo. E quest’opera, nel suo insieme, pone il significato del destino perché l’amore si associa al destino, al fato

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Il regista ci delizia con uno studio vertiginoso della giovinezza – con tutto il suo rumore, inconcludenza, dispersione, speranze e amori – a un tempo carnale e poetico, attraverso un lavoro sul tempo e la duratasua vera cifra stilistica – che ha del prodigioso. Tre ore fissate sui volti, i corpi, la pelle e le emozioni dei suoi protagonisti di cui non fa che scoprire lo stato dello spirito. La durata permette una precisione dei dettagli che – attraverso l’utilizzo di molta, liberissima camera a mano – accresce l’empatia per i personaggi. La maniera in cui Amin posa lo sguardo su Ophélie, la maniera in cui Ophélie si sostiene ad Amin, per infilare una scarpa o rivelare una confidenza, sono gesti ordinari che disegnano un’attitudine verso il mondo. Il cinema di Kechiche non ha interiorità da esprimere o un intimo da esplicitare ed il suo sguardo, come quello nero e limpido di Amin,  è tutto quanto dal di fuori, rivela quello che vede: il mondo, gli altri, gli scambi, le danze, la gioia, la febbre, l’inquietudine, l’amore, il sesso.. in una parola, la vita.

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