IN SALA – Q&A con Claudio Casazza, regista de ‘Un Altro Me’

Un altro me‘ è un documentario che raccoglie conversazioni tra alcuni psicologi e un gruppo di detenuti del carcere di Bollate, vicino a Milano, condannati per reati sessuali.

Nella casa di reclusione di Bollate, infatti, ha luogo, da circa 10 anni, il primo esperimento italiano di “trattamento intensificato” per responsabili di violenze sessuali.
La camera di Claudio Casazza si colloca con circospezione all’interno del Centro, aprendo una finestra su un universo disturbante, su cui è difficile soffermare lo sguardo.
Giorno dopo giorno, i racconti, le osservazioni, le opinioni degli internati si intrecciano con le sollecitazioni e gli interrogativi posti dagli psicologi.
Questi ultimi stabiliscono un contatto con personalità sfuggenti, trincerate dietro alibi e deresponsabilizzazioni, tentando un percorso di cura.

Alla proiezione del 5 Giugno, presso il Cinema Edera di Treviso, era presente il regista che ha risposto alle domande del pubblico, e che noi di Sconfinferevole Cinema abbiamo qui raccolto.

 

Come è nato questo documentario?

Ho incontrato il criminologo a capo del progetto, Paolo Giulini, casualmente in un cinema; in quell’occasione veniva presentato un film che trattava il tema della violenza sulle donne e durante un suo intervento spiegava quanto svolgeva nel carcere.
Al termine del dibattito, mi invitò in una visita al carcere, durante una delle riunioni aperte anche agli esterni, e per curiosità sono andato.
Si trattava di un incontro di fine anno, di fine percorso, sono rimasto colpito da questo scambio di opinioni, c’erano confilitti, non c’era risoluzione; mi sono chiesto cosa fosse tutto il percorso, cosa significasse seguire questo argomento; quello che mi interessava era il confronto tra essere umani, detenuti da una parte e psicologi dall’altra.
Da lì è nata l’idea di farne un documentario.
Ho ripreso per un anno, ottenendo circa 200 ore di girato; il risultato credo sia una restituzione abbastanza fedele di quanto io stesso ho vissuto in questo anno.
Dal momento in cui sono entrato in carcere, ho scelto di fare un film così come lo avete visto stasera, ovvero un film di mera rappresentazione, senza interviste, senza commenti, senza immagini di repertorio.
Optando per altre scelte sarei uscito da quello che realmente mi interessava, ovvero il confronto umano.
Un grande documentarista americano, Frederick Wiseman, dice che bisogna delimitare il campo quando si gira un documentario, ed il mio campo delimitato è quell’unità di trattamento all’interno del carcere.

Nel Suo film i personaggi sono – e rimangono – all’interno di una parte: non assistiamo mai ad una inversione, ad una sostituzione di ruoli; mentre è previsto che questo lavoro lo faccia continuamente lo spettatore. La scelta del titolo e l’uso dello sfuocato sembrano rafforzare questa responsabilità consegnata allo spettatore. E’ corretto?

Io sono entrato per esplorare quello che accadeva, senza realmente conoscere le specificità sui detenuti, sui reati e sul trattamento.
Come riprenderli è stata una scelta: c’era un obbligo di tutela delle vittime di non riconoscere i propri carnefici e, dall’altro lato, un obbligo verso i detenuti, i quali non volevano che le proprie storie fossero riconosciute; avrei potuto optare per altre scelte stilistiche, ma ho scartato l’idea di sfuocature in digitale, riprese di spalle o bollini televisivi.
Lo sfuocato, di fatto, è come noi vediamo, o meglio, non vediamo quelle persone: cerchiamo di oscurarle, di etichettarle come mostri, meno le vediamo e forse meno le temiamo; d’altro lato anche loro vedono sé stessi sfuocati, e cercano di riprendere il fuoco una volta usciti dal carcere.
E anche il titolo ha questa doppia valenza: il cercare noi stessi di guardarli con un occhio diverso e loro stessi guardarsi con occhi diversi.

Il ritmo caratteristico del Suo film è nato mentre ci lavorava o qualche idea c’era già prima di iniziare le riprese?

Il ritmo è arrivato soprattutto durante il montaggio, essendo un film di osservazione non ho scritto nulla di sceneggiatura; essenzialmente ho scritto il film in fase di montaggio passando progressivamente dalle 200 ore di girato agli 82 minuti che avete
visto stasera.
A me interessava lasciare spazio alle parole, ai confronti tra le persone, e lasciare spazio a chi lo guarda.
Troppe parole, troppo ritmo avrebbero a mio parere sopraffatto il pubblico.
Il ritmo dev’essere funzionale a quanto si racconta, questo è un film forte che spesso necessitava di pause. Ed ho bilanciato parole e silenzi, ascolto e riflessione.

Sono state individuate delle caratteristiche che accomunano le persone incarcerate?

Io mi posso basare su quello che ho visto, che è poi quello che c’è all’interno del mio film; a Bollate c’erano persone dai 18 ai 60 anni, qualunque tipo di estrazione sociale o scolarità; di conseguenza non ho riscontrato profili tipo o stereotipi associabili alla persona che abusa sessualmente.

Domanda contenutistica che Le sarà stata sicuramente posta: il trattamento funziona?

Il dato  di recidiva di questo reato è attorno al 20-25%.
Questo trattamento, che nell’arco di 10 anni ha coinvolto 250 detenuti, ha avuto un dato di recidiva del 3,5%.

L’assenza di musica: Le è costato farne a meno?

La musica non mi interessava, era un elemento esterno.
Su un documentario così diretto, utilizzare una colonna sonora sarebbe stato un espediente troppo facile.
E’ una scelta che ho sposato sin dall’inizio delle riprese.
Gli unici elementi musicali presenti all’interno del film sono quelli della musica diegetica.

Ultima domanda: ci spiega la scena finale?

(Per l’ultima domanda abbiamo il video girato da Marco Visca)

AB

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