FESTIVAL – Intervista a David Macián, regista de ‘La Mano Invisible’

01 Giugno 2017

Applausi all’unisono Martedì sera per ‘La Mano Invisible‘ – primo lungometraggio firmato dal giovane David Macián – al Cinema Edera di Treviso, all’interno dei 4 giorni dedicati al Festival del Cine Español.

In un capannone industriale, 11 persone vengono contrattate per fare il proprio lavoro davanti a un pubblico che non vedono. Sono un muratore, un macellaio, una sarta, un cameriere, un meccanico, un informatico, una donna delle pulizie… Opera d’arte, reality show o macabro esperimento? I partecipanti non sanno cos’hanno di fronte, né di chi sia la mano (invisibile) che muove i fili di questo perverso teatrino, mordente parabola sulla precarietà laborale, di bruciante attualità.

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Alla proiezione è seguito il Q&A, durante il quale il promettente regista ha risposto alle domande del pubblico entusiasta di un’opera prima così attuale e potente, da meritare la definizione di “Tempi Moderni degli Anni 2010“.

Come ha adattato il film e la sceneggiatura partendo dal romanzo omonimo di Isaac Rosa?

Ho trovato il libro de ‘La Mano Invisble’ in un momento in cui mi occupavo d’altro, l’ho letto, e mi ha colpito in quanto rispecchiava esattamente quello che volevo raccontare in un film. Ed il libro – che conta circa 400 pagine – è molto diverso dal film; è prettamente saggistisco, non ha una narrazione vera e propria, tanto da fissarsi anche per più di 20 pagine raccontando di come il muratore crei e distrugga il suo muro; io, invece, ho voluto trovare una linea drammatica che ho poi sviluppato nel film. Ad esempio i momenti di casting non erano presenti nel romanzo.
Ho scelto gli attori prediligendo facce semi-sconosciute, contrariamente a quanto succede normalmente; anche la produzione stessa potrei definirla sperimentale, di forma cooperativa, per cui  ho condiviso con gli attori ed i tecnici – una cinquantina di persone – le scelte produttive più importanti.

L’importanza dello sguardo all’interno del film: la pressione che ne deriva sottolinea l’assenza di senso nel lavoro che svolgiamo oppure tende ad evidenziare lo sfruttamento lavorativo contro cui si coalizzano gli 11 protagonisti?

I lavori mostrati nel film perdono di dignità, risultano completamente improduttivi; in qualche maniera riflettono la reale sovrapproduzione e al tempo stesso c’è un modo di lavorare che non ti fa capire perchè tu lo stia facendo; il ruolo dello sguardo è misurato in forma di show, in qualche modo il pubblico viene messo davanti ad una sorta di circo e diventa più selvaggio man mano che i “lavoratori” smettono di fare ciò che stanno facendo.
C’è un film a cui mi sono ispirato ed è quello di Sidney Pollack, forse i cinefili lo ricorderanno, “They Shoot Horses, Don’t They?“… Vi è un concorso di ballo, durante la depressione americana, in cui vince chi balla di più; e si balla per giorni e giorni, e si creano delle dinamiche di competizione ed assurdità presenti anche nel mio film.

Insomma… Nulla è cambiato.

Diciamo di sì. La mano invisible del titolo, lo avrete capito, si rifà in parte alla famosa metafora di Adam Smith, ma c’è sicuramente una seconda lettura, nel libro come nel film, secondo cui siamo davanti a dei lavoratori invisibili che hanno perso la loro coscienza di classe, la loro dignità.

Dal contenuto alla forma. A livello stilistico, questa pulizia formale che ricorda Kubrick come Haneke, trae ispirazione da qualche film, o meglio , ci sono degli autori che l’hanno influenzata in questo equilibro formale?

Non ho un riferimento vero e proprio; il film è così in virtù del libro. La parte formale del lungometraggio diciamo che deriva dal libro; io sposo un cinema dove ci sono piani generali e camera fissa; ho fatto dei cortometraggi, ma questo è il mio primo vero film.

Che significato ha portare il film in visione al Parlamento Europeo?

Ritengo che un film più visibilità ha meglio è; credo che questo mio lungometraggio abbia anche una virtù: di essere pedagogico, di riuscire a toccare il tema sulle relazioni tra persone che lavorano; nel contesto del Parlamento Europeo potrebbero scaturire riflessioni più profonde sul tema del lavoro.

Un dibattito sul contesto attuale, direi scarso i termini di  possibilità di lavorare e  di renumerazione.

Come le condizioni, o meglio le costrizioni, siano in grado di far uscire il brutto dell’essere umano.
In Spagna siamo alla quinta settimana di distribuzione e continua ad esserci sempre un dibattito molto forte ad ogni presentazione. Questo è un buon segno; si toccano temi in un certo senso invisibili, c’è un automatismo che rende ciechi.
Infatti, l’obiettivo del film era quello di parlarne, di parlarne con un pubblico, di condividere situazioni che si vivono al lavoro, proprio per capirne di più.

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AB

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