CANNES 70 – il Toto Palma e le nostre considerazioni

Chi vincerà la Palma d’Oro lo sapremo dalla voce di Pedro Almodóvar, presidente di giuria, seduto al centro del palcoscenico allestito nella gigantesca Salle Lumière insieme al resto della sua squadra: Maren Ade, Jessica ChastainFan Bingbing, Agnès Jaoui, Park Chan-wook, Will Smith (?), Paolo Sorrentino e Gabriel Yared.

Cannes 2017 domani sera consegnerà tutti i suoi premi, che sono la Palma d’Oro al miglior film, il Gran Prix Speciale della Giuria, il Premio per la Regia, il Premio alla Sceneggiatura, il Premio al Miglior attore e alla Miglior attrice, il Premio della Giuria e la Camera d’Oro al miglior regista esordiente.

Le voci e le ultime previsioni sono tante e discordanti.

I bookmakers danno per vincente “20 Battements Par Minute di Robin Campillo (il suo “Eastern Boys” ottenne, a Venezia, il premio per il Miglior Film della sezione Orizzonti nel 2013). La storia della nascita di Act Up, un’organizzazione di attivisti che ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze dell’AIDS, ispirato a una storia vera e raccontato senza eccessi ideologici, senza retorica, senza proclami militanti, stando addosso ai suoi personaggi e alle loro storie.

Al film sono stati già conferiti, oggi, l’importante Premio FIPRESCI (critica internazionale) e la – prevedibile quanto doverosa – Queer Palm.

A marcarlo stretto, troviamo il vero capolavoro di questa 70. edizione: “The Killing of A Sacred Deer” del grandissimo regista greco Yorgos Lanthimos. Spietata parabola sulle nostre paure più incofessabili,  il film è –  pur nell’assoluta coerenza e continuità con i precedenti  lavori di Lanthimos – il più potente, arrischiato e controverso visto alla kermesse.

Ben quotato ma più improbabile, in quanto non granché nelle corde dei giurati, anche il russo “Loveless” di Andrey Zvyagintsev, dramma familiare che si fa opera di denuncia di un’intera società.

Eventuali sorprese, invece, potrebbero arrivare da due pellicole altamente divisive. Parliamo di “L’Amant Double” di François Ozon – interessantissimo cinema organico e genitale, un étude de femme dentro un thriller psicologico che frequenta il doppio malefico – che non ha mancato di “disturbare” i più ma che pare sia piaciuto molto anche al Presidente di Giuria. E di “A Gentle Creature” di Sergey Loznitsa, ambizioso e notevole, anche se un pò altalenante, viaggio nei meandri della burocrazia e della corruzione di una Russia che ha perso la speranza.

D’altra parte David Lynch e le meritatissime ovazioni ottenute alle presentazione dei primi due episodi di quell’innarrivabile opera d’arte che già si è dimostrata essere la terza stagione di “Twin Peaks” – tanto da mettere in ombra il Concorso stesso e la kermesse tutta – è la riprova, se ce ne fosse bisogno, che i film fischiati di oggi potranno benissimo essere i capolavori di domani. Non solo, infatti, lo splendido prequel della serie stessa, “Fuoco cammina con me“, ricevette, nel 1993, proprio a Cannes, un trattamento vergognoso ma contestatissima fu anche la strameritata Palma per l’enorme “Cuore Selvaggio” (1990).

Sì porterà poi sicuramente a casa qualche grosso premio  – anche se assai difficilmente la terza Palma d’OroMichael Haneke col suo nuovo imprescindibile lavoro: “Happy End“, un’asciutta, dura e pessimistica “Caduta degli Dei“.

Rimarranno probabilmente a bocca asciutta, invece, le tre registe donne del Concorso: Sofia Coppola, Naomi Kawase e Lynne Ramsay. È vero che una sola Palma d’Oro ad una donna in 70 edizioni è poca (Venezia, con 5 su 73 edizioni, si difende meglio) ma le opere delle 3 non sono all’altezza e poi il problema sta alla base e cioè nell’ancora forte chiusura dell’industria cinematografica alle autrici donne. La responsabilità dei Festival è assai poca ed anzi spesso essi finiscono – prorpio per par condicio tra i sessi – per mettere in Concorso “robette” come i film della Kawase.

 Tra gli attori  si fanno i nomi del bravo Nahuel Pérez Biscayart di “20 Battements Par Minute“, del sempre troppo sottovalutato Colin Farrell e di Robert Pattinson. Noi speriamo nella consacrazione Louis Garrel, non solo icona di tormentato fascino trasalpino ma attore di razza, efficacissimo nel difficile ruolo di Jean-Luc Godard nel discusso “Le Redoubtable” di Michel Hazanavicius.

Tra le donne, invece, anche se la Huppert ha fatto – come solito – sfigurare tutte le rivali, un terzo Prix d’Interprétation Féminine – dopo quelli per Violette Nozière (1978) e “La pianista” (2001) è un pò improbabile. Potrebbe però starci un premio a tutto il cast di “Happy End“, dove figura anche Jean-Louis Trintigrant. Più facile venga premiata la stella più luminosa di quest’anno, Nicole Kidman, tornata a splendere, dopo un lungo periodo di esiti altalenanti, con ben 2 film in Concorso, 1 Fuori Concorso ed una serie tv. Papabili anche le meno note ma volenterose protagoniste dei succitati “Loveless” ed “A Gentle Creature“.

Lo sapremo domani sera, dalle 19 in poi.

MV

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